“Ospitiamo questo Intervento del Collettivo Comunista Metropolitano che merita di essere letto e per dare ai compagni del materiale di qualità per capire la complessa realtà che ci circonda.

Circolo Culturale Proletario di Genova."

 

 

Per la costruzione di un fronte antimperialista rivoluzionario mediterraneo ED europeo

 

 

   Per una corretta prassi antimperialista che implichi una ferma opposizione all‘ideologia riformista della cosiddetta sinistra europea o di quella che si spaccia come “radicale “occorre recuperare (certo in maniera dialettica e critica) i fondamenti di un’analisi comunista.

 

   Intanto per cominciare si possono fare due considerazioni:

1)   L’imperialismo è una manifestazione storica del capitale giunto a un certo grado dell’accumulazione;

1)   Giacché fenomeno, l’imperialismo va spiegato coerentemente con la legge marxiana di movimento della formazione economico-sociale capitalista.

 

 

 

   L’imperialismo, dunque, è un fenomeno “naturale e necessario” del processo di accumulazione capitalistica.

 

   Lo stadio molto elevato dello sviluppo capitalistico di cui Lenin fa riferimento, è quello dello stadio dell’accumulazione in cui si sono create tutte quelle condizioni che rendevano impossibile un ulteriore sviluppo delle forze produttive sulla base di un’economia basata sulla “libera concorrenza”. La concorrenza allora si tramuta nel suo contrario: il monopolio. “La concentrazione (uno dei tratti caratteristici del processo di accumulazione) a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio” (Lenin, L’imperialismo).

 

   La caduta del saggio di profitto e l’esigenza di valorizzazione del capitale inaspriscono la concorrenza e determinano la formazione del monopolio. Il monopolio è dunque quella nuova organizzazione della produzione che garantendo “iniezione di plusvalore addizionale” in virtù dello scambio ineguale e del divario tecnologico, consente di elevare “artificialmente” il saggio di profitto.

 

   Il monopolio non annulla per niente la concorrenza, ma la sposta a un livello più alto, così come, in generale, le contraddizioni del modo di produzione capitalista vengono “superate” soltanto attraverso la loro riproduzione su scala più grande.

 

   Lenin definisce la formazione del sistema di monopolio come il fenomeno più sostanziale della fase attuale del modo di produzione capitalista: “Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore nell’economia…L’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo” (Lenin, L’imperialismo).

 

   Altro fenomeno che contrassegna il passaggio del modo di produzione capitalistico alla sua fase imperialista è l’esportazione del capitale.

 

   Marx individua nella creazione del mercato mondiale una delle caratteristiche fondamentali della produzione capitalistica; e Lenin così ne descrive la formazione e ne spiega la necessità storica: “La necessità di un mercato estero per un paese capitalistico è determinata in primo luogo dal fatto che il capitalismo altro non è se non il risultato di una circolazione di merci altamente sviluppata che si estende oltre le frontiere dello stato…questa causa è di natura storica. La necessità di un mercato estero per il capitalismo si spiega con il fatto che il capitalismo non è in gradi di ripetere gli stessi processi di produzione nelle stesse proporzioni in condizioni invariate (come avveniva sotto i regimi precapitalisti), col fatto che esso porta inevitabilmente ad uno sviluppo illimitato della produzione, che supera i vecchi angusti confini delle precedenti unità economiche. I vari rami dell’industria, che servono da “mercato” gli uni per gli altri, non si sviluppano in modo eguale, ma l’uno supera l’altro, e l’industria più sviluppata si cerca un mercato estero. Questo indico una sproporzione nello sviluppo dei vari rami della produzione… Il capitalismo non può esistere e svilupparsi senza estendere continuamente la sfera del suo dominio, senza colonizzare nuovi paesi e trascinare i vecchi paesi precapitalisti nel turbine dell’economia mondiale”. (Lenin, L’imperialismo).

 

   Lenin tende a porre l’accento come il problema del mercato estero sia di natura storica e vada affrontato nell’ambito delle condizioni concrete dello sviluppo del capitalismo in un dato e per una data epoca.

 

   La funzione del mercato estero, nell’epoca imperialista muta le sue caratteristiche. A un determinato stadio dell’accumulazione, infatti, accade il fenomeno di un’eccedenza di capitale che non trovando in patria un “impiego redditizio”, viene esportato. All’esportazione di merci caratteristica delle fasi inziali del modo di produzione capitalistico, si sostituisce l’esportazione di capitale, caratteristica della fase monopolista. In virtù di questo mutamento sostanziale, il mercato mondiale assume un’importanza maggiore e, dunque, una funzione diversa che in passato.

 

   In sintesi: i fenomeni caratterizzanti l’imperialismo sono determinati dallo stesso processo di accumulazione: la concentrazione della produzione (processo che, ricordiamo per Marx identico a quello dell’accumulazione) a un certo stadio del suo sviluppo porta al monopolio, così come l’eccedenza di capitale, conseguenza della sovraccumulazione, crea il mercato mondiale. Tali passaggi, comportano dei mutamenti nell’organizzazione economica: il processo di concentrazione crea l’organizzazione monopolista della produzione, l’esportazione di capitale, sulla base dello sviluppo ineguale tra diversi rami produttivi tra paesi altamente e non, muta le caratteristiche del mercato mondiale, creando nuovi rapporti di dipendenza fra stati.

 

Alcune precisazioni inerenti all’imperialismo

 

 

   L’imperialismo è quindi un particolare stadio del capitalismo, l’ultimo. “Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale della socializzazione della produzione, trascina, per così dire, i capitalisti, dispetto alla loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa” (Lenin, L’imperialismo). Le contraddizioni del capitale creano in questo modo le condizioni oggettive del suo superamento.

 

   In sintesi, la fase imperialista si può riassumere in cinque punti:

1)  La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente sviluppato da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

1)  La fusione del capitale bancario con quello industriale e il formarsi sulla base di questo del capitale finanziario;

2)  La grande importanza acquisita delle esportazioni di capitale in confronto con l’esportazione delle merci;

3)  Il sorgere di associazioni monopoliste internazionali di capitalisti che si spartiscono il mondo;

4)  La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitaliste.

 

   In merito a questi punti è necessario fare alcune precisazioni: la finanza per Lenin era la fusione del capitale bancario con quello industriale, attualmente bisognerebbe aggiungere le grosse assicurazioni e le finanziarie, le catene commerciali e di distribuzione ecc. I grossi gruppi finanziari di solito possiedono tutte queste strutture economiche. La produzione rimane l’elemento, in ultima analisi indispensabile, ma come elemento dominate c’è la finanza speculativa.

 

   Questo sviluppo del capitalismo solo in seguito si manifesta anche sul piano politico.

 

   Lenin nella sua opera è molto duro nella critica a Kautsky, che dell’imperialismo ha dato un’interpretazione unicamente e puramente politica ma non economica. In tal modo Kautsky pensava di poter giustificate il capitalismo, che giunto ormai alla fase dell’imperialismo, avrebbe potuto essere esercitato anche senza adottare forme di oppressione crudeli, aggressive e infamanti.  

 

   Per Lenin, invece, è lo sviluppo economico stesso di questo pugno di stati capitalisti più forti, porta inevitabilmente al tentativo della spartizione del mondo. Tentativo che è messo continuamene in discussione da parte di stati capitalisti emergenti, cosa che porta a nuove spartizioni.

 

   Dunque, è la finanza, l’eccesso di capitali, soprattutto speculativi – ma anche produttivi – in cerca di migliori e più redditizi investivi che sta alla base dell’imperialismo. Il possesso diretto delle colonie è solo una forma secondaria ed apparente di questo processo, tant’è vero che oggi esistono molti Stati, anche non ridotti politicamente e militarmente al ruolo di colonia, ma che sono sostanzialmente dominati finanziariamente dagli investimenti di stati capitalisticamente più forti.

 

   È politicamente importante l’insistenza con cui Lenin ritorna più volte sul ruolo di corruzione che esercitano le ricchezze e i sovraprofitti drenati nelle colonie e negli stati dipendenti dagli stati imperialisticamente dominanti. È una corruzione che riguarda in particolare una parte più o meno grande della classe lavoratrice dei paesi imperialisti, che, a causa di queste spesso consistenti “briciole” ottenute, viene a legarsi per periodi anche non brevi al sistema capitalistico nazionale. Questo smentisce, una certa mitologia di certi “sinistri ultrarivoluzionari” (mitologia che non è mai stata fatta propria da nessun marxista serio) che vorrebbe che la classe operaia fosse sempre rivoluzionaria.

 

   Lenin nota, inoltre, un fenomeno molto interessante; che, se ci si riflette, è una logica conseguenza di quanto appena detto: dagli stati dominati si sviluppa, verso gli stati dominanti, una massiccia emigrazione di lavoratori in cerca di migliori condizioni di vita e di lavoro. Viceversa, non si rivela nessun fenomeno inverso di emigrazione da stati dominanti verso stati dominati. In sostanza, quello che si vede sono le bagnarole piene di africani che cercano in tutti modi di raggiungere l’Italia, non si vede un disoccupato napoletano cercare di raggiungere la Tunisia (e l’emigrazione italiana andava in paesi come la Germania o gli Stati Uniti).

 

    Un altro aspetto da precisare è che, quando Lenin dice che la concorrenza si trasforma in monopolio, non si deve intendere quest’affermazione in modo assoluto: la produzione capitalista è composta di centinaia di rami produttivi, chi più chi meno permeabile al processo di concentrazione. La situazione è sempre dinamica: a un certo numero di rami che tendono al monopolio, si contrappongono rami prima monopolisti che ritornano in situazioni di concorrenza; come dice anche Lenin: “Nel capitalismo sono inevitabili la diseguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese di singoli rami industriali, di singoli paesi”.[1]

 

   È vero che, nel complesso, il processo è tale che il numero di grossi capitali investiti in ogni ramo tende a diminuire mentre tendono ad aumentare le dimensioni di ognuno di essi; ma non vi potrà mai essere un “cartello unico” come ipotizzato da Hiferding. Infatti (per ogni ramo e anche in generale), soprattutto in fasi di crisi, alla diminuzione del numero di capitali corrisponde un aumento non solo delle loro dimensioni ma anche della concorrenza tra di essi: la concorrenza, attenuata o eliminata a livello di piccoli capitali, risorge sempre più aspra tra capitali grandi; e anche se periodicamente essi si accordano sui prezzi, sulle quantità da produrre ecc…, basta una scoperta, un’occasione di un piccolo vantaggio e, in fase di crisi soprattutto, gli accordi si vanificano e la concorrenza scoppia prorompente. Concorrenza che si fa sempre più aspra, e minaccia sempre di più di trascendere sul piano bellico; anche perché i capitali in questione arrivano a essere di tale grandezza da poter influenzare la politica di interi Stati, anche grandi e potenti.

 

   Lenin, intuì, infatti, al contrario di altri, che i contrasti arrivano al livello bellico molto prima che si possa formare un unico grande capitale mondiale che accorpi in sé stesso tutti i rami produttivi di tutte le nazioni.

 

   In poche parole, nonostante gli accordi temporanei, la velocità con cui si acuiscono i contrasti tra i grandi capitali, supera di gran lunga la velocità con cui essi tendono a concentrarsi, e tali contrasti fanno sì che si pervenga molto prima sul piano bellico che al “cartello unico”, come del resto già ai tempi di Lenin la Prima guerra mondiale dimostrò ampliamente.

 

   Quando Lenin afferma: “…in primo luogo i sindacati monopolisti dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo, in secondo luogo la posizione monopolista dei pochi paesi più ricchi, nei quali l’accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un’enorme <eccedenza di capitale>”.[2]

 

   Bisogna sottolineare che Lenin, quando parlava di imperialismo intendeva riferirsi ai pochi (ovviamente in relazioni a tutti i paesi del mondo) paesi più ricchi. Ai suoi tempi parla chiaramente di quattro paesi: USA, Gran Bretagna, Francia e Germania: oggi a questi si devono aggiungere almeno il Giappone, l’Australia e l’Italia. Pur con un’evidente gerarchia e più o meno evidenti e le inevitabili lotte tra loro, oggi essi, insieme ad altri paesi europei minori e Israele,[3] formano un blocco unico teso a dominare e a sfruttare le risorse sfruttare le risorse naturali e umane delle altre nazioni.

 

   Non è certo un segreto, infatti, che oggi circa il 10% della popolazione mondiale (quella del suddetto blocco imperialista) consuma il 90% delle risorse naturali mondiali; risorse che per la maggior parte si trovano nelle altre nazioni.

 

   I BRICS indubbiamente sono oggi dei paesi in via di una rapida industrializzazione, ma non hanno ancora i coefficienti finanziari, militari e scientifico-tecnologici per sostituirsi al blocco imperialista dominante. Né certamente l’eventuale sostituzione sarebbe indolore.

 

   Lenin sottolinea nella sua opera che un paese imperialista può in parte essere soggetto a controllo e a sfruttamento da parte di un paese imperialista più potente: “(il Portogallo) Questo è uno stato indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo della guerra di successione spagnola (1700-1714), si trova sotto il protettorato dell’Inghilterra. L’Inghilterra assunse le difese del Portogallo e delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori condizioni per l’esportazione delle merci e specialmente del capitale nel Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i porti, i cavi telegrafici, ecc… Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell’epoca dell’imperialismo capitalistico, essi diventano sistema generale, sono un elemento essenziale della politica della <ripartizione del mondo>, e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale”.[4]

 

   Qualcuno potrebbe obiettare che “Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori”, non sia più vero perché anche gli Stati imperialisti sono molto indebitati, ma in realtà sono indebitati per lo più con i gruppi capitalistici dei loro stessi Stati, di altri Stati imperialisti o di organizzazioni sovranazionali gestite in realtà dall’imperialismo che sovraintendono e regolano lo sviluppo capitalistico mondiale (BCE, FMI ecc.); e non sono certo indebitati con gruppi capitalistici di Stati poveri. Quindi sono questi potenti gruppi che agiscono dietro le quinte degli Stati imperialisti determinandone la politica, e la loro politica è appunto di essere imperialisti nei confronti degli Stati, delle nazioni, dei gruppi capitalistici più deboli. E in tale politica è incluso l’uso dei potentissimi apparati militari sia statali sia privati contro gli Stati più deboli che osano ribellarsi allo strangolamento finanziario e al depredamento delle risorse naturali e umane.

 

   Lo stato imperialista si trasforma in uno Stato debitore: “<L’Inghilterra – scrive Shulze-Gaevernitz – a poco a poco da Stato industriale si trasforma in uno Stato creditore. Se la grandezza assoluta della produzione industriale e dell’esportazione di prodotti industriali è aumentata, tuttavia l’importanza relativa del guadagno in interessi e dividendi, emissioni, commissioni… e speculazioni, è di gran lunga cresciuta nell’economia nazionale complessiva. Secondo me proprio questo fatto costituisce la vera base economica dello slancio imperialistico. Il creditore è più legato al debitore, che non al venditore al compratore”.[5]  Ecco perché l’imperialismo non è un capitalismo qualsiasi ed è il primo nemico della classe operaia internazionale, e di conseguenza come comunisti dobbiamo appoggiare qualsiasi movimento o qualsiasi azione, che oggettivamente, indebolisca l’imperialismo; e dobbiamo ostacolare qualsiasi movimento o azione che, oggettivamente, lo rinforzi. È questo il metro principale in cui si devono misurare sia i movimenti di liberazione o di autodeterminazione, che le azioni dei vari governi anche borghesi, delle nazioni soggette e oppresse dall’imperialismo.

 

 

L’assetto mondiale post-ottantanove

 

 

   Si è visto l’esplodere delle contraddizioni interimperialistiche[6]  tra U.S.A., Europa (in particolare la Germania) e Giappone dentro un quadro che vede rimanere centrale l’imperialismo statunitense, come evidenziano gli interventi in Iraq, Somalia, nella Repubblica Federale Jugoslava, in Afghanistan, in Libia e in Siria. Questa politica degli U.S.A. è praticata non tanto per motivi di politica interna, ma soprattutto per mantenere una presenza a livello internazionale di fronte agli imperialisti europei e giapponesi e come strumento per contrastare l’onda lunga della crisi economica.

 

  Come si è visto le contraddizioni tra USA e Russia e Cina.

 

   Nella crisi si acuiscono e s’intersecano tutte le contraddizioni e aspetti delle singole contraddizioni che caratterizzano la nostra epoca e ne determinano il suo divenire.

 

Queste contraddizioni sono:

1)      La contraddizione tra potenze imperialiste e nazioni/popoli oppressi.

1)      La contraddizione interimperialista;

2)      La contraddizione tra capitale e lavoro, in altre parole tra borghesia e proletariato.

 

 

   Con l’aggressione all’Iraq, alla Somalia, all’Afghanistan, alla Libia e alla Siria la contraddizione tra potenze imperialiste e nazioni/popoli oppressi si conferma allo stato attuale come quella principale.

 

   Gli anni ’80 sono stati caratterizzati negli U.S.A. da uno spettacolare aumento del credito, voluto dall’amministrazione Reagan, soprattutto verso il settore militare (con una spesa di 2.220 miliardi di dollari, tanto che nel 1984 il bilancio della difesa aveva superato quello del 1969, l’anno di massima spesa per la guerra del Vietnam), strettamente collegato ad un deficit del commercio estero. Tutto ciò è completato da un debito sia, interno che estero e dell’afflusso di capitali giapponesi e in minor misura tedeschi negli Stati Uniti (questo flusso di capitali è stato attivato dagli elevati tassi di interessi reali).

 

   Nel gennaio 1991, alla vigilia della guerra del Golfo, si prevedeva che negli Stati Uniti la recessione avrebbe portato a circa 50 miliardi di dollari il deficit del bilancio federale.  Accrescendo la già enorme spesa militare di 300 miliardi di dollari annui, la guerra del Golfo e il bilancio bellico aggravarono il deficit federale a ulteriore scapito della spesa sociale e delle condizioni economiche della popolazione. Alla faccia delle dichiarazioni ufficiali di ortodossia neoliberista dell’amministrazione Reagan, il finanziamento degli armamenti da essa attuata (una sorte di keynesismo militare) fu una politica interventista nel campo economico nel tentativo di uscire dalla crisi. In sostanza lo Stato della borghesia imperialista americana usa in funzione anticrisi la produzione bellica, in altre parole le possibilità di contrastare i rallentamenti dovuti alla crisi usando gli investimenti militari come volano per l’intera economia.

 

   Ma la produzione bellica, alla fine, in determinate condizioni porta alla guerra. Le guerre, infatti, permettono di distruggere capitali e aprire la strada a una nuova fase di espansione.  L’obiettivo della borghesia rimane sempre il profitto e non la distruzione di capitali: quindi la guerra è funzionale allo sviluppo capitalistico, ma lo sviluppo capitalistico tende a portare alla guerra fra imperialismi concorrenti per la spartizione del mercato mondiale.

 

   L’altro aspetto importante dell’assetto post-ottantanove è l’affermazione dell’imperialismo tedesco che, dopo l’annessione della R.D.T., persegue la propria politica storica di “spinta verso est” (Drang nach osten), manipolando gli “scontri interetnici” [7] come ha fatto nell’ex Repubblica Federale Jugoslava e nella ex Cecoslovacchia.

 

 

La situazione attuale

 

 

   L’attuale tendenza è contraddistinta a livello economico dalla crisi generale di sovrapproduzione di capitale.

 

   In questa fase le politiche economiche in atto nei vari Stati borghesi sono caratterizzate dal taglio della spesa sociale, dalla riduzione del salario, dalle privatizzazioni e dalle esternalizzazioni delle varie attività economiche. Queste misure servono a recuperare la redditività capitalistica attraverso l’innalzamento del saggio di plusvalore.[8] L’abbattimento della spesa “improduttiva” (nel senso che non produce plusvalore) e l’utilizzo di tutte le risorse del bilancio statale a sostegno del processo di accumulazione. Questa pesante offensiva contro le condizioni di vita e di lavoro dei proletari da parte delle classi dominanti è cominciata dalla metà degli anni ’70. Quest’attacco si traduce in: precarietà, flessibilità, attacco al salario diretto e indiretto. Il welfare state (che in Italia sotto il regime DC era in realtà uno stato assistenziale/clientelare) è stato smantellato negli aspetti più garantisti (riduzione delle pensioni, allungamento dell’età lavorativa, attacco alla sanità e servizi sociali).

 

   Una delle conseguenze della crisi è l’accentuarsi della concorrenza, segni più evidenti dell’acuirsi di essa sono: Lo spostamento di settori manifatturieri (come il tessile) in aree come la Romania, la Polonia, l’Indonesia, il Brasile ecc. e lo spostamento di call center, centri elaborazione dati, in paesi come l’India.

 

   A livello politico come dicevo prima la contraddizione principale è imperialismo (principalmente U.S.A.) /popoli oppressi. Massima espressione di questa contraddizione sono le guerre popolari come quella che si sta svolgendo in India condotte da partiti comunisti guidati dal marxismo leninismo maoismo.

 

   Contraddizione che si sta fondendo con la contraddizione fondamentale classe operaia/capitale, poiché la classe operaia si è allargata a livello mondiale in termini assoluti, se si considera (pur con dati parziali) che la classe operaia mondiale abbia superato il miliardo di componenti e tendendo conto delle migrazioni verso i paesi imperialisti, dove ormai i lavoratori migranti sono una quota rilevante della classe operaia di questi paesi, per questo motivo nelle metropoli imperialiste si può tranquillamente dire che siamo di fronte ad una classe operaia multinazionale.

 

   Già Lenin[9] e l’Internazionale Comunista avevano analizzato sulla divisione del mondo tra un piccolo gruppo di paesi capitalisti avanzati dominanti da una parte e la grande maggioranza delle nazioni e dei popoli del mondo dominati che gli imperialisti depredano e obbligano alla dipendenza. E da questa conferma che si trae la tesi leninista, poi confermata dalla storia, secondo cui la rivoluzione proletaria mondiale è essenzialmente composta da due correnti: la rivoluzione proletaria socialista nelle metropoli imperialiste e la rivoluzione di liberazione nazionale, fatta dai popoli e dalle nazioni che sono sotto il gioco degli imperialisti. Dalla Seconda Mondiale a oggi la lotta delle nazioni e dei popoli oppressi ha costituito la principale “zona delle tempeste” per la Rivoluzione Proletaria Mondiale.

 

   Dalla guerra del golfo del 1991 gli U.S.A. si ergono a superpotenza generale, causando un’accentuazione delle contraddizioni tra le diverse frazioni della borghesia imperialista (U.S.A. contro paesi europei – Francia e Germania principalmente – la Russia e la Cina). Con l’acutizzarsi della crisi e della concorrenza, aumenta lo scontro tra le diverse frazioni borghesi che sono impossibilitate a governare come nel passato e quindi spingono verso la definizione di nuovi equilibri politici e sociali. La borghesia imperialista mette in atto delle spinte politiche per determinare un esecutivo più forte. Per rendere più competitivo il sistema, per la borghesia italiana è necessario operare profonde ristrutturazioni che richiedono un ridimensionamento della piccola e media produzione capitalista, che in Italia ha dimensioni ben più grosse che negli altri paesi occidentali, la maggior quantità di questi settori piccoli borghesi è un’eredità del ciclo economico precedente, quando il regime DC li favoriva per dare delle basi sicure al proprio blocco sociale. Contemporaneamente la borghesia italiana cerca di rinsaldare un nuovo blocco sociale.

In questa fase sì accentua ulteriormente il processo d’integrazione imperialista delle forze riformiste. In questo periodo di crisi, queste forze per difendere le compatibilità capitaliste, devono far ingoiare ai lavoratori ogni rospo, non solo: sfornano soluzioni per risolvere i problemi del capitalismo, sia sul piano economico-sociale, sia sul piano politico. Ovviamente, in queste soluzioni, il proletariato è a priori subordinato e piegato agli interessi del capitale. Queste forze, nonostante che in alcune di loro rimangono segni del loro passato (PRC, PdCI) sono ormai forze esclusivamente borghesi. L’importanza che riveste per la borghesia sta nel fatto che tuttora influenzano, grazie alla loro presenza in C.G.I.L. – C.I.S.L. – U.I.L. e componenti del sindacalismo di base (pensiamo a componenti come USB che con le loro firme “tecniche”, cercano di farsi legittimare dal padronato e dalle amministrazioni pubbliche che garantisce a queste sigle l’agibilità sindacale), settori significativi di lavoratori. E grazie a quest’influenza, che riescono a far passare la riduzione dei salari, l’eliminazione delle pensioni, la diffusione della precarietà. Per questo sporco lavoro, molti dirigenti politici e sindacali riformisti hanno come premio di fine carriera un posto negli Enti di gestione pubblica, nei ministeri o com’è successo a Bertinotti e a Marini, la presidenza della Camera e del Senato.

 

   Tutto ciò conferma la giustezza dell’analisi marxista, il capitalismo da quando è entrato nella fase imperialista ha perso ogni contenuto progressivo; perciò, in atto è un processo di evoluzione del capitalismo, che sta passando da una democrazia parlamentare a un regime oligarchico/autoritario, in cui le richieste delle masse sono sempre più marginalizzate.

 

 

 

Crisi e necessità dell’integrazione europea

 

 

   Come si diceva prima una delle conseguenze della crisi economica è un’esasperazione della concorrenza, per decidere chi debba fare le spese dell’eccedenza del capitale.[10] La causa della crisi sta nel fatto che nell’ambito del modo di produzione capitalistico a un certo punto si crea un conflitto inconciliabile tra la produzione di plusvalore e la realizzazione del valore prodotto. I capitalisti dovrebbero investire tutto il plusvalore estorto, anche se così facendo il tasso di profitto diminuisce. Se i profitti attesi diminuiscono, i capitalisti cessano l’accumulazione, con la conseguenza di non valorizzare tutto il plusvalore estorto. Diminuisce il capitale impegnato nella produzione e aumenta il capitale impegnato nella sfera finanziaria che diventa la parte più grande del capitale.[11] Il capitale finanziario tende a crescere, oltre a un certo limite e la crisi assume la veste di crisi finanziaria, di squilibrio del sistema finanziario. I movimenti propri del sistema finanziario diventano essi stessi un fattore di sconvolgimento del capitale impegnato nella produzione di merci e una via attraverso cui la crisi compie il suo cammino.

 

   Ne deriva un’enorme accelerazione del processo di concentrazione dei capitali che tentano di raggiungere la “massa critica” indispensabile per reggere lo scontro con i concorrenti (nonché dell’apertura di nuove zone di influenza). Questo processo è evidente nello sforzo di ciascuna grande potenza imperialista ci sostituire aree economiche integrate, al cui interno si cerca di portare al minimo la concorrenza fra capitali, in modo di concentrare i propri sforzi nella lotta contro i concorrenti esterni. In tal senso si sono mossi gli U.S.A., che hanno cercato attraverso il Nafta di costituire un’aerea di libero scambio. Allo stesso modo il Giappone, si muove da tempo per sottomettere alla propria influenza un’aerea del Pacifico dai confini sempre più ampi e che rappresenta un punto focale dello scontro interimperialistico.

 

   Confrontarsi con queste due aeree a dominanza statunitense e giapponese è diventato impossibile senza gettare sul piatto della bilancia un potenziale economico del medesimo ordine di grandezza. I paesi europeo, la Germania in prima fila, devono quindi abbandonare ogni ambizione di contare nelle relazioni internazionali per la lotta per la supremazia se continueranno ad agire in ordine sparso senza avere, presi singolarmente, una capacità economica paragonabile a quella dei concorrenti. Dentro questo quadro dei rapporti mondiali sta quindi, l’esigenza materiale dell’integrazione economica europea.  In tale processo, l’Europa deve comunque colmare il ritardo nei confronti degli altri poli imperialisti che muovono alla costruzione di aeree economiche integrate da economie capitalistiche omogenee di dimensioni superiori a quella stessa Germania, attorno al quale ha preso il corpo di unificazione.

 

 

prospettive e proposte

 

   In questo contesto bisogna respingere le scorciatoie del “meno peggio” o subordinarsi a logiche genericamente progressiste (del tipo governo mondiale con parlamento dell’ONU). Queste posizioni impediscono di avere una visione classista degli avvenimenti internazionali.  Se prendiamo come esempio quello che è successo nell’ex Jugoslavia, la mancanza di una visione classista impedisce di vedere il collegamento tra penetrazione capitalista, balcanizzazione e relativo macello “interetnico”. Impedisce di vedere che l’intervento a favore della “piccola Bosnia” prima e del “piccolo Kossovo” e contro i “malvagi serbi” è stato funzionale alla politica dei diversi imperialismi per la spartizione della ex Jugoslavia.

 

   Per questo sarebbe utile che si crei un Fronte Mondiale Antimperialista che raccolga forze di diversa provenienza: comunisti, socialisti, movimenti di liberazione nazionale antimperialisti ecc.

 

   Questo Fronte non deve essere concepito nello schema della Conferenza di Porto Allegre, cioè una via riformista, “democratica” e “pacifica”, che mette assieme forze antimperialiste vere e false, che hanno come momento unificante la rinuncia a ogni ipotesi rivoluzionaria e perciò di ogni antimperialismo conseguente.

 

   Questo Fronte deve essere inteso come un Fronte rivoluzionario cha sappia coordinare le lotte dei suoi membri che si trovano nei paesi imperialisti con le lotte che si sviluppano nei paesi dipendenti.

 

   Punto qualificante di lavoro e di lotta per le forze antimperialiste che operano nei paesi imperialisti come l’Italia sta nel sostenere i movimenti antimperialisti nei paesi dipendenti e la ferma opposizione agli interventi bellici e diplomatici, anche sotto forma d’interventi pacificatori dell’ONU (com’è stato in Somalia, in Bosnia e recentemente in Libia) per questo bisogna distinguere tra nazione ed etnia, tra movimenti nazionalisti rivoluzionari e controrivoluzionari (come l’UCK).

 

  

   Riteniamo tuttora valide, le tesi dell’Internazionale Comunista, che mette in evidenza che una delle caratteristiche dell’imperialismo consiste nella divisione del mondo tra una minoranza di Stati oppressori e una larga maggioranza di Stati oppressi. Perciò il moto nazional-rivoluzionario delle nazioni dipendenti (tendendo sempre conto di non confondere le classi sfruttate e le masse disiderate con la borghesia di queste nazioni, che può essere compradora, perciò, legata all’imperialismo) fa parte dello scontro di classe locale e internazionale.[12]

   La rivoluzione portoghese del 1974/75 è un autentico paradigma per le rivoluzioni future, il proletariato entrò in scena sotto la spinta delle lotte di liberazione delle colonie (Angola, Mozambico e Guinea) che aveva inferto duri colpi al regime fascista portoghese e al suo esercito dopo 15 anni di lotta. La rivoluzione europea non potrà non sorgere se non come il risultato dello sfaldamento del sistema neocoloniale, perché grazie ai proventi di rapina che l’imperialismo opera verso i paesi dipendenti, l’occidente capitalista può cercare di evitare la recessione e cercare di preservare la pace sociale.[13]

 

 

 

 

AINTIMPERIalismo e lotta di classe

 

 

   È importante ricordarsi che le avanguardie rivoluzionarie che si formarono in Europa Occidentale, in Giappone e anche negli USA negli anni ’60 e ’70 ebbero il battesimo del fuoco nella loro identificazione nelle lotte rivoluzionarie che si svilupparono in quegli anni nel Tricontinente: la rivoluzione algerina, [14]  la rivoluzione cubana e vietnamita, la solidarietà con i movimenti guerriglieri dell’America Latina e della Palestina. Pensiamo alle iniziative internazionali che si tennero a Liegi nel 1966 e a Berlino nel 1968. Queste lotte contribuirono senza dubbio alla rinascita delle lotte rivoluzionarie nei paesi imperialisti.

 

 

 

attualità

 

 

  Dopo la Libia, il nuovo fronte è costituito dalla Siria, gli USA e la NATO si vorrebbero liberare del governo di Assad, uno dei pochi non asserviti ai loro diktat e che si è posto in funzione di retrovia per forze storiche della Resistenza antimperialista, come quella libanese e palestinese.

 

   Per scalzare l’attuale governo siriano, la strategia dell’imperialismo è sempre la stessa: balcanizzare il paese soffiando sul fuoco delle divisioni interconfessionali (sunniti contro sciiti); fornire supporto politico-militare alle componenti più reazionarie di quella società; preparare mediaticamente l’opinione pubblica “sulla brutalità del regime siriano”, per poi giustificare i massacri e le bombe che ne conseguiranno.

 

   Aggredire la Siria significa anche indebolire inevitabilmente l’Iran e alla lunga la Cina, il vero che è il principale concorrente mondiale degli USA. In ballo vi è il controllo dei principali bacini energetici del pianeta e dunque la ripartizione del potere economico globale tra vecchie e nuove potenze.

 

   La questione del nucleare iraniano è dunque solamente la punta di un iceberg: un Iran molto potente e autonomo dal punto di vista energetico (magari dotato di armamento nucleare) è un’opzione che l’imperialismo USA e i suoi alleati sionisti non possono accettare. Una guerra contro l’Iran servirebbe a cambiare gli equilibri in Medio Oriente, prima di tutto servirebbe a liquidare in via definitivamente la Resistenza dei popoli libanese e palestinese.

 

   Sta quindi emergendo, in tutta la sua evidenza, come lo sviluppo della contraddizione tra imperialismo e nazioni indipendenti, come la Siria e l’Iran, sia una manifestazione della più generale contraddizione tra imperialismo e popoli oppressi, che sono influenzato dallo scontro interimperialista.

 

   Sarebbe da approfondire la natura dei regimi presenti in paesi come la Libia, l’Iraq e la Siria. Sono paesi che hanno in comune il fatto di avere delle grandi tradizioni di civiltà (e questo basta a fare piazza pulita di tutte le dicerie che legano la loro arretratezza alla religione islamica, alla loro indole ecc.) che l’imperialismo ha legato al comune corso mondiale della storia e allo stesso tempo relegato all’oppressione razziale e coloniale (nel ruolo di colonie e semicolonie). I popoli di questi paesi nella maggior parte hanno partecipato attivamente e su grande scala alla lotta anticoloniale che dalla Rivoluzione di Ottobre, come si dive prima, entrava a far parte della Rivoluzione Proletaria Mondiale. In questi paesi dagli anni ’20 si formarono forti partiti comunisti che vi svolsero un ruolo politico importante. Le basi della società civile feudale e semifeudale furono allora minate e sconvolte senza però essere eliminate e sostituite.[15]

 

   L’avvento dei revisionisti moderni alla direzione del Movimento Comunista negli anni ’50 ha impedito che il Movimento Comunista sfruttasse i grandi successi raggiunti e superasse i suoi limiti, e che consentisse di condurre in porto la rivoluzione democratica nell’unica veste in cui essa era possibile, come rivoluzione di nuova democrazia.

 

   I revisionisti moderni promossero e appoggiarono quella che essi chiamarono “una via non capitalista di sviluppo”. Di fatto essa consisteva nel potere della borghesia burocratica con le sue velleità di sviluppo economico e culturale autonomo dal sistema imperialista mondiale grazie anche al sostegno dell’Unione Sovietica e del Campo Socialista.

 

   I più noti esponenti d questa “via non capitalista di sviluppo” sono stati Sukarno (Indonesia), Nehru (India), Mossadeq (Iran), Kassem (Iraq), Assad (Siria), Nasser (Egitto) e anche Peron entra benissimo tra gli esponenti di essa.

 

   Bisogna fare un bilancio dell’esperienza perché ci fu la predominanza dei nazionalisti nelle lotte di liberazione delle colonie e delle semicolonie, tutto ciò nasceva dagli errori dei partiti comunisti. I partiti comunisti affrontarono in maniera eclettica le contraddizioni emerse nella Seconda guerra mondiale (guerra fra blocchi imperialisti, guerre dei popoli oppressi contro l’imperialismo, contraddizione tra proletariato e borghesia).  A livello della politica concreta, le attività dei partiti comunisti si confusero sempre di più con la lotta dell’URSS sul piano diplomatico e con gli accordi internazionali ai quali l’URSS partecipava. Questo problema contribuì inoltre a rafforzare la tendenza a dare l’impressione che le potenze che non erano fasciste non fossero quello che erano, cioè potenze imperialiste che bisognava rovesciare. Nei paesi europei che furono occupati dalle truppe naziste e fasciste, i partiti comunisti non ebbero torto nell’approfittare, in senso tattico, dei sentimenti nazionali suscitati da quest’occupazione dal punto di vista delle mobilitazioni delle masse; ma furono commessi degli errori quando si trasformarono queste misure d’ordine tattico in questione d’ordine strategico. A causa di questa visione sbagliata furono ostacolate le lotte di liberazione nelle colonie dominate dagli alleati imperialisti.

 

   Un esempio profondamente negativo in questo senso è stato quello del Partito Comunista Francese.

 

   Quando l’8 maggio 1945 nei giorni della liberazione dal nazifascismo, si ebbe la repressione di una manifestazione indipendentista in Algeria a Setif seguita da atti di rappresaglia contro i coloni francesi e da ripetuti intervenuti dell’aeronautica (alle dipendenze di un ministro del PCF), da parte delle truppe senegalesi e della Legione Straniera, risultato: 17 mila morti, secondo fonti indipendenti, 45 mila, secondo i nazionalisti algerini.

 

   Il 13 ottobre 1946, quando fu costituita la Quarta Repubblica Francese. I partiti socialista e comunista, al governo, concordarono nel conservare la struttura coloniale della Francia.

 

   Il PCF è al governo nel 1947, quando per reprimere l’insurrezione in Madagascar, le truppe francesi massacrarono varie decine di migliaia di malgasci. Sempre nel 1947, i partiti socialista e comunista votarono i crediti di guerra per l’intervento in Indocina – contro la guerra d’indipendenza diretta Partito Comunista Indocinese – il PCF cambiò posizione solamente dopo essere stato escluso da governo diretto da Paul Ramadier.

 

   Nell’autunno 1958, con le ferite della battaglia di Algeri ancora aperte, il PCF invitava gli algerini a non ricorrere a metodi lotta violenti.

 

  A differenza di quello che comunemente si pensa in Occidente non è stata la “civile” e “democratica” Gran Bretagna a concedere l’indipendenza al Pakistan e all’India, fu in realtà costretta a mollare la presa da un poderoso moto antimperialista, che ci fu nel 1946-47.

 

   Ci fu in questo periodo un’ondata di scioperi che spazzarono l’Asia meridionale inglese e che fece emergere le differenze di classe rispetto al separatismo: nel Punjab, ad esempio, i contadini mussulmani si schierano contro i proprietari terrieri mussulmani.

 

   Nel febbraio del 1946 ci fu l’ammutinamento che paralizzò la Royal Indian Navy. Le navi furono occupate e lo sciopero dilagò da Bombay a Karachi e a Madras. Nel comitato di sciopero facevano parte indù, mussulmani e sikh. Erano tutti uniti finché intervennero i politici sia del partito del Congresso sia della Lega Mussulmana che appoggiarono i britannici e contribuirono a disinnescare lo sciopero. A Bombay fu paralizzata da uno sciopero in solidarietà con i marinai. Soldati e poliziotti guidati da britannici, aprirono il fuoco, uccidendo almeno 500 persone.

 

   La Gran Bretagna di fronte a questo moto non agì solo sul piano della repressione, ma condusse a termine la manovra iniziata sin dall’Ottocento, con la quale facendo leva sulle divisioni territoriali che l’Asia meridionale aveva ereditato dal suo passato precoloniale, mirò così a evitare la nascita di uno stato indipendente unico dall’Afghanistan al Bengala. Sarebbe stato interesse per i lavoratori occidentali (e per quelli britannici in particolare) ad appoggiare questo poderoso moto operaio e contadino. Non fu così, a causa dell’atteggiamento del Labour Party e delle Trade Union inglesi, che intervennero in più occasioni per far accettare la spartizione all’ala radicale del Congresso e alle organizzazioni sindacali indiane.

 

   Un aspetto importante per capire il rapporto tra il Movimento Comunista e Operaio (in particolare dei partiti dei paesi imperialisti) e la rivoluzione coloniale e nei paesi dipendenti, è stata l’insufficiente assorbimento della tesi di Lenin, che, come si diceva prima, nell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria (e ciò dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917), le rivoluzioni democratiche borghesi nei paesi dipendenti e nelle colonie non fanno più parte orma della vecchia rivoluzione democratica borghese, ma entrano a far parte invece della nuova rivoluzione proletaria.

 

   A più riprese Mao Tse-Tung ebbe a sottolineare come la borghesia nazionale in Cina, ed in paesi similari, fosse incapace di condurre la rivoluzione democratica borghese alla vittoria, precisamente perché, essendo sottoposta alle pressioni dell’imperialismo, e vivendo con quest’ultimo determinate contraddizioni, la borghesia nazionale si sarebbe unita, di quando in quando, alle file dei rivoluzionari, ma proprio in quanto la borghesia nazionale era una classe economicamente e politicamente debole, ed in quanto vincolata per certi versi ai settori della grande borghesia compradora e dei latifondisti, in ultima istanza si sarebbe dimostrata nei migliori dei casi sempre vacillante, ed in determinate occasioni avrebbe finito per capitolare di fronte dell’imperialismo e della reazione interna.

 

   Per questa ragione, tocca al proletariato dirigere il resto delle masse popolari, in primo luogo i contadini, per portare avanti, fino in fondo, la rivoluzione democratica. In realtà, Mao mostra che a qualificare la rivoluzione di nuova democrazia (in opposizione alla rivoluzione di vecchia democrazia) è stato precisamente il fatto che questa rivoluzione è stata diretta dal proletariato e dalla sua avanguardia, il Partito comunista, una rivoluzione che dunque che non mirava “all’edificazione di una società capitalista e di uno Stato di dittatura borghese”, quanto piuttosto “ad aprire una strada ancora più larga allo sviluppo del socialismo”.[16]

 

   Ecco come Mao precisa questa tesi: “La prima fase della rivoluzione cinese (che comprende a sua volta molti stadi) appartiene, per quanto riguarda il suo carattere sociale a un nuovo tipo di rivoluzione democratica borghese, e non è ancora una rivoluzione socialista proletaria; tuttavia, già da tempo è parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria, e ora ne è una parte molto importante e una grande alleata”.[17]

 

   Dopo la Seconda guerra mondiale si scatenò in numerosi partiti comunisti una vera tempesta revisionista con il pretesto di seguire l’esempio dell’Unione Sovietica che, per parte sua faceva dei compromessi con i principali paesi imperialisti.

 

   In concomitanza della situazione determinata a seguito dalla sconfitta del Giappone, Mao correttamente intavolò negoziati con Chiang Kai-shek; ma, nel frattempo, con molta chiarezza, egli precisò che un qualunque governo di coalizione avrebbe dovuto basarsi sull’indipendenza del Partito comunista, così come sul fatto che le basi d’appoggio e l’Armata Rossa avrebbero dovuto ad avere la loro indipendenza. Risale al 1945 la celebre dichiarazione di Mao; “Senza l’Esercito Popolare, il popolo non ha niente”. Una puntuale risposta a chi proponeva che l’Esercito Popolare fosse sciolto integrandosi completamente nel governo di Chiang. Da notare che questa politica, che si voleva imporre al Partito cinese, rappresentava la linea seguita all’epoca da numerosi partiti dell’Europa occidentale (in Francia, in Italia, in Grecia per esempio). Ne risultò la perdita di ogni possibilità immediata di fare la rivoluzione in questi paesi.

 

   A proposito della politica dei compromessi Mao disse: “Tale compromesso non richiede che i popoli dei diversi paesi del mondo capitalista seguano l’esempio facendo dei compromessi nei propri paesi. I popoli di questi paesi continueranno a condurre lotte differenti a seconda delle differenti situazioni. Il principio delle forze reazionarie osserva nei confronti delle forze democratiche popolari è quello di distruggere risolutamente tutto ciò che possono e prepararsi a distruggere in un secondo tempo ciò che non possono distruggere adesso. Di fronte a questa situazione le forze democratiche popolari devono applicare lo stesso principio nei confronti delle forze reazionarie”.[18]

 

 

   Tornando all’oggi, l’aspetto principale, che potrebbe comportare un attacco all’Iran, sarebbe la discesa in campo di Russia e Cina, con altrettanti scenari da terza guerra mondiale.

 

   Lo scenario di una terza guerra mondiale strisciante non è un’ipotesi così lontana ma si sta profilando all’orizzonte in maniera in maniera sempre più nitida, non soltanto per il conflitto russo-ucraino, ma soprattutto è incalzato dalla devastante crisi generale del capitalismo. Essa impone sempre nuovi saccheggi di materie prime, la sudditanza totale dei paesi produttori di petrolio, l’arraffamento delle residue fette della torta mondiale (di fronte a sempre più potenze economiche emergenti) e conseguente massacri dei popoli che resistono.

 

   Iran e Siria stanno collaborando contro l’embargo e la politica di guerra, mentre l’U.E. e l’Italia hanno espulso gli ambasciatori siriani accodandosi alla voce grossa dell’imperialismo USA.

 

 

 

 

Quali prospettive?

 

 

   Bisogna partire da un dato desolante, che la stragrande maggioranza delle forze politiche della sinistra (comprese le formazioni che si definiscono “comuniste” o “antagoniste”) dei paesi imperialisti sono schierate con l’imperialismo.

 

   La guerra alla Libia è un lampante esempio di tutto ciò. Nulla o quasi nulla si è mosso per opporvisi, soprattutto se confrontato con le mobilitazioni condotte nel passato, rispetto alle aggressioni imperialiste, come quelle contro l’Iraq e contro la Jugoslavia.

 

   Quando delle forze che si definiscono “comuniste”, “antagoniste”, “radicali” o “rivoluzionarie” rinunciano a schierarsi con chi resiste  non solo rinforzano le posizioni dell’imperialismo e rinforzano la sua politica di aggressione, ma rinunciano a una politica di opposizione nel proprio paese degna di questo nome, sarà un caso, ma questa mancata di opposizione alla guerra imperialista contro la Libia non coincise a un’assenza di un’opposizione reale al governo Monti e alla sua politica di macello sociale?

 

   Davanti a tutto questo squallore, occorre per chi si definisce ancora comunista, antimperialista, delimitarsi da tutta la sinistra filoimperialista. Questa posizione politica non è in antitesi con una politica unitaria, come diceva Lenin, per unirsi occorre delimitarsi e definirsi. Le organizzazioni generiche e indistinte (tipo quelle no global) possono ogni tanto catturare l’attenzione mediatica dell’informazione imperialista, ma di sicuro non sono in grado di spostare di una virgola i rapporti di forza. Bisogna partire dal fatto che qualunque alleanza può esistere solo tra forze politicamente organizzate che siano espressione di interessi di classe storicamente e materialisticamente determinati. Al proletariato occorre un’organizzazione conseguente. Solo a partire da ciò c’è una possibilità di resistere alla controrivoluzione interna e internazionale, portando la lotta su quel terreno che oggi è interamente dominato dall’imperialismo. Quest’ultimo si muove con disinvoltura a livello internazionale, ogni volta che trova un ostacolo, lo obbliga al confronto in una cornice locale. In altre parole, nello scontro tra borghesia imperialista e proletariato, è come se scendendo in campo una squadra avesse come ambito di manovra l’intero rettangolo di gioco, mentre l’altra fosse obbligata a limitare il proprio raggio d’azione unicamente dentro la propria area di rigore. Ma non solo. Mentre la prima squadra oltre all’ampio spazio può far ricorso alle forze di una rosa quanto mai ampia, grazie a un mercato sempre aperto del quale può attingere riserve pressoché infinite, la seconda può disputare l’incontro solo facendo ricorso agli undici scesi in campo; tra di loro, magari, per di più, qualcuno è già sul libro paga dell’avversario.

 

   I vari settori di classe che ancora resistono, sono chiusi all’angolo, isolati, terrorizzati. Dei dopo gli altri questi settori capitolano. L’unico modo in cui la classe proletaria può modificare questa condizione, è quello di rompere l’accerchiamento e l’isolamento.

 

   Il “caso Fiat” è rappresentativo. Nessuna cittadella può pensare di reggere a un lungo assedio se non è in grado di ricevere un minimo di rifornimento.

 

   Nel corso della Seconda guerra mondiale Leningrado e Stalingrado subirono pesanti assedi, eppure furono in grado di resistere e vincere.

 

   Questo, fu dovuto non solo per l’eroismo, la tenacia e caparbietà degli abitanti di questa città. Ciò che fu decisivo è che sin dal primo momento e nelle situazioni più disperate, era stata mantenuta (anche in maniera flebile) un collegamento col mondo esterno. Quel collegamento significava che si poteva contare su rifornimenti, armi e truppe. Che faceva dire alla popolazione assediata che “non si era soli, e resistere era possibile, per dare tempo alle nostre forze di arrivare”.

 

   Tornando al “caso Fiat”, che cosa ha fatto Marchionne se non applicare la più classica delle strategie belliche: isolare una postazione, e senza sparare un colpo prenderla per fame. Tutto questo è stato possibile perché gli assediati non avevano forze sufficienti per rompere l’assedio e che nessuno all’esterno poteva portare soccorso agli assediati. Soli e isolati, gli operai della Fiat sono andati incontro alle forche caudine del referendum.

 

   Che così ha detto Marchionne, “O si fa così o me ne vado”. Questo fa capire, che il terreno dello scontro non era (e non è) Torino e neanche l’Italia, ma il mondo intero.  

 

   Perciò uno dei compiti (ardui) dei comunisti dentro i paesi imperialisti è nel cercare l’unificazione dei vari momenti di resistenza operaia e popolare che ci sono dentro i paesi imperialisti occidentali e il loro collegamento con il proletariato dei paesi extra-occidentali.

 

 

   In questa fase bisogna avere la capacità di legare i contenuti della propaganda e della mobilitazione tra le masse contro la crisi, alla necessità di opporsi alla minaccia della guerra imperialista. La guerra la pagano le masse da ogni punto di vista: economico, politico, sociale, culturale.

  

 

     Bisogna contrastare la linea che porta avanti una certa sinistra che da un lato si limita di criticare il governo per le spese militari, ma dall’altra è pronta sostenere, di fatto, l’imperialismo quando invoca l’intervento dell’ONU se non addirittura della NATO, per sostenere i cosiddetti ribelli, com’è accaduto in Libia o la resistenza ucraina.

 

 

Riprendiamo il discorso sull’imperialismo

 

 

   Minacce e attacchi dell’imperialismo, principalmente statunitense, continuano in ogni angolo del mondo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica abbiamo vissuto e siamo stati testimoni dell’intensificarsi degli attacchi dell’imperialismo. Tuttavia, l’aspettativa e la speranza per l’imperialismo U.S.A. di un mondo sotto il suo dominio, si sono dimostrate vane. Si sono intensificate le rivalità tra i paesi imperialisti e le lotte di potere all’interno delle classi dominanti. Ma le minacce fondamentali per l’imperialismo vengono dai popoli in lotta per la loro libertà e indipendenza.

 

   Per questo bisogna sviluppare misure concrete per rafforzare l’unità e la cooperazione delle forze antimperialiste. 

 

   Bisogna partire dal fatto che l’imperialismo crollerà o comunque gli si darà dei colpi mortali, laddove i conflitti sociali sono maggiormente concentrati. Là dove anche le altre rivendicazioni non proletarie (dei contadini o quelle nazionali) hanno un ruolo di serbatoio indispensabile per le lotte rivoluzionarie. Perciò, in ultima analisi, la probabilità della rivoluzione è maggiore laddove maggiore è la concentrazione dei conflitti e delle richieste sociali, ossia molto difficilmente nelle metropoli del capitale finanziario.

 

   Lenin era giunto a conclusioni molto drastiche, nell’articolo Risultati della discussione sull’autodecisione (1916) scriveva: “…credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni delle piccole nazioni nelle colonie e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari fondiari, della Chiesa, contro il gioco monarchico nazionale ecc., significa rinnegare la rivoluzione sociale (…)    Colui che attende una rivoluzione sociale pura, non la vedrà mai. (…) La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale”.

 

   Noi sosteniamo che l’impianto leninista dell’imperialismo rimane ancora valido.

 

   Bisogna cercare di sfruttare tutte le occasioni e le opportunità che le contraddizioni del sistema capitalistico, nella fase imperialista, ci offrono: stando alla finestra, estraniandosi dai problemi reali, pensando che un giorno tutto sarà più facile perché tutto sarà puro poiché i due campi saranno nettamente definitavene separati, limitandosi nel frattempo alla sola propaganda delle idee è puro idealismo, che spesso  e volentieri si accompagna a una prassi opportunista (della serie se la rivoluzione è lontana, bisogna pur sempre vivere… adattandosi alla situazione).

 

   Basti pensare che da qualche anno, a distanza di trecento e passa anni dalla rivoluzione industriale, la popolazione urbana ha superato quella del mondo rurale (vedi Il pianeta degli slum di Mike Davis). Oggi le lotte più radicali salvo casi sporadici non sono nei paesi del primo mondo ma nei paesi di quelli che venivano definiti “Terzo Mondo”, pensiamo solamente alla Guerra Popolare in India, condotta dal P.C.I. (M).[19]

 

   Solo i nostri connotati eurocentrici ci portano a sottovalutare questo dato di fatto. Se prendiamo atto di ciò, non possiamo che essere d’accordo con Lenin, che pure una rivoluzione partendo da queste premesse teoriche l’ha diretta. 

 

   L’imperialismo nella forma descritta da Lenin esiste ancora, anche se alcune potenze egemoniche rispetto all’inizio del ‘900 sono cambiate e cambiato al suo interno le gerarchie.

 

   Queste gerarchie hanno avuto bisogno per delinearsi con esattezza di due guerre mondiali e non potranno cambiare, anche in futuro, nel vertice, pacificamente. Infatti, la Prima guerra mondiale aveva confermato la Gran Bretagna potenza al vertice della piramide imperialista, la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti. Coloro che strizzando l’occhio all’imperialismo europeo, chiedono una più accentuata autonomia dalla politica dell’imperialismo statunitense non tengono conto che, al momento, l’Europa non ha né la coesione politica, né la forza militare per soppiantare gli USA al vertice della piramide. L’Europa è ancora troppo debole perché assuma il ruolo di garante degli equilibri imperialistici internazionali; quindi, inevitabile, nonostante le contraddizioni che sono sempre più evidenti, devono appoggiare per il momento gli USA in questo compito immane. Altrimenti questi equilibri potrebbero saltare con grave danno per il benessere e la prosperità dell’Occidente. Come potrebbe un Occidente diviso e aspramente conflittuale al suo interno fronteggiare l’80% dell’umanità che consuma così poco? Questo non toglie che in un futuro un’Europa forte economicamente, politicamente e militarmente possa scalzare gli USA dal vertice della piramide.

 

   Coloro che vanno sperando che un mondo policentrico possa offrire maggiori spazi di manovra per una politica anti-USA sono dei poveri illusi. Se Wall Street cade, cadono a cascata tutte le altre, comprese Mosca, Shangai e Mumbai, se sale, salgono tutte. Evidentemente gli interessi economici mondiali non si sono, al momento, ancora diversi in maniera policentrica e accettano, volenti o nolenti la supremazia USA.

 

   Noi crediamo che sia utile a riaffermarlo, le lotte sono più sono più numerose e radicali nei paesi periferici per ragioni materiali, perché il proletariato e il sottoproletariato sono sottoposti dal capitalismo imperialista al doppio sfruttamento.

 

   Ci sono compagni che vedono nell’imperialismo di volta in volta una forma di Risiko, una forma di complotto politico-militare, una forma di circolazione di capitali ecc. e non colgono invece la complessità del capitalismo moderno che vede fortemente intrecciati nel loro insieme e tra di loro prioralmente gli aspetti economici, poi militari, tecnologici, sociali, ideologici, culturali ecc.

 

   Soffermandosi di volta in volta o esclusivamente su questi singoli aspetti, non riescono a cogliere l’essenza dell’imperialismo nella sua globalità e prendono sovente delle grandi cantonate. Ad esempio, basta che il più piccolo e derelitto degli Stati esporti una quantità infima di capitali per classificarlo come imperialista. Basta che uno Stato cerchi di opporsi o si opponga alla penetrazione imperialista di un altro Stato mostruosamente più forte e per questo subisca sanzioni o venga messo a ferro e fuoco, che subito qualcuno applica la categoria dello “scontro interimperialista”! 

 

   Ci sono anche chi afferma che le spese militari non abbiano nell’attuale del capitalismo alcuna funzione welfaristica, citando a sproposito dati che dimostrano l’irrilevanza delle spese militari rispetto al PIL dei principali Stati imperialisti.

 

   Essi si soffermano, però solo sulle spese militari (molte delle quali sono già di sé occultate nelle statistiche ufficiali), non vedono perciò che in tutti questi Stati l’apparato della ricerca e sviluppo, quello militare e quello industriale sono connessi e che i dati complessivi aggregati di questi tre settori sono strettamente celati.

 

   Non si capirebbe altrimenti, ed è ammesso da tutti, ora nel mondo i 2/3 degli scienziati lavorino per fini militari. Che poi da queste ricerche militari facciamo l’esempio dell'informatica, delle telecomunicazioni e dell’ottica-laser ecc. sì abbiano anche, dopo svariati anni ricadute nel settore civile, serve ad occultare meglio lo scopo iniziale di tali ricerche.

 

   Del resto, è logico che ciò che accada. Gli Stati imperialisti più forti si servono del loro vantaggio di possedere le tecnologie più distruttive. Queste alcune volte trovano anche applicazione per permettere che il sistema, per loro oltremodo vantaggioso, si perpetui “all’infinito”.

 

   La supremazia tecnologica nel campo militare è diventata essenziale. Lo spartiacque è stato la ricerca per arrivare alla costruzione della bomba atomica.  La ricerca sull’atomo, partita all’inizio da scopi pacifici di pura conoscenza, è stata orientata negli anni ’40 a scopi militari reclutando la totalità degli scienziati atomici e costruendo addirittura una città nel deserto per arrivare allo scopo. Ma già all’inizio degli anni ’50 la bomba H fu ideata e progettata da Teller esclusivamente per scopi di supremazia militare e in cinquant’anni non ha ancora avuto nessuna ricaduta nel settore civile per la produzione di energia sicura a basso costo.

 

    Anche le crisi economiche nascono per ragioni strutturali negli Stati economicamente più sviluppati, in special modo negli USA, ma sono scaricate e le ripercussioni più gravi si hanno negli Stati gerarchicamente inferiori o più arretrati. E mentre ripercorrono a ritroso la piramide, diventano a mano a mano, più devastanti. Gli esempi, dal 1929, sono innumerevoli.

 

   Gli USA sono a tutt’oggi l’imperialismo più forte (sebbene in fase declinante) anche se sono lo Stato più indebitato al mondo sul piano esterno e interno. Questo debito gravando come un macigno sull’economia mondiale crea perturbazioni e sconquassi, come il caso dei mutui sub prime ha dimostrato. Infatti, come il FMI, sempre così solerte bacchettare e mettere sotto tutela il più miserando degli Stati se non si attiene alle politiche virtuose di contenimento del deficit di bilancio e di risanamento del debito pubblico, non ha alcuna osservazione da fare alla politica economica perseguita dagli USA? Come mai gli USA sono, di fatto, svincolati da ogni legge economica di “sana” economia capitalistica? Possono, infatti, svalutare e rivalutare il dollaro come e quando facendo pagare agli altri le loro crisi finanziarie.

 

   Si è mai visto nella storia o nella società un debitore che detti con arroganza le sue condizioni al creditore? Si è mai visto uno Stato indebitato fino al collo cui le agenzie di rating continuano ad attribuire la tripla A? E perché questo con gli USA è possibile?

 

   La ragione è una e una soltanto. Gli USA possono fare ciò che gli altri non possono fare e gli Stati imperialisti glie lo permettono senza fiatare, perché sono i garanti politico-militari degli attuali equilibri a scala internazionale. In qualità di principale Stato imperialista sono una sorta di moderno sovrano, e i crediti ottenuti da parte delle nazioni come la Cina sono una sorta di “tasse al sovrano”.

 

   Un discorso a parte va fatto sugli aspetti ideologici e cultura dell’imperialismo.

 

  Quanto alla Cina imperialista, si troverà alla fine di questo giro di valzer con un credito molto decurtato in valore se mai volessero esigerlo e potesse farlo senza subire ulteriori ritorsioni e ricatti

 

   Proprio qui sta la differenza sostanziale dell’imperialismo. Mentre gli USA non hanno niente da obiettare se la Cina compra i titoli di stato USA, anzi se lo augurano e la incoraggiano a farlo, altro discorso si aprirebbe se la Cina tentasse di comprare là delle aziende ad alta tecnologia o finanziarie USA, che giacché non delocalizzabili sono evidentemente strategiche. Gli USA, ad esempio, hanno vietato, ai fedelissimi Emiri del Golfo persico che si erano consorziati per l’occorrenza, di comprare la società che gestisce i servizi dei principali porti americani, adducendo la motivazione che si trattava di un settore strategico e perciò non poteva essere venduta a stranieri.

 

   Ogni giorno, a tutte le ore, stampa, radio, televisione ecc. ci propinano l’esaltazione dei principi sacri ed inviolabili della democrazia, dei diritti umani, dell’autodeterminazione dei popoli e chi più ne ha ne metta e questi principi sono diventati perciò, col tempo senso comune anche per molti compagni che si definiscono “comunisti”, “rivoluzionari” ecc.  

 

   Se è vero che l’essere sociale che determina l’essere politico è difficile anche per i comunisti che vivono in Occidente restare immuni da tali e tanti condizionamenti.

 

   Questi sacri e inviolabili principi valgono solo per gli altri Stati non imperialisti. Infatti, gli Stati imperialisti sono per assioma democratici, fautori e tutori dei diritti umani.

 

   Basta vedere, infatti, come gli Stati Uniti applicano i diritti a Guantanamo, nelle prigioni tipo Abu-Graib o nel network delle prigioni segrete e come la democraticissima Italia li abbia applicati a Bolzaneto e alla Diaz! I principi di autodeterminazione sbandierati per il Tibet, il Kossovo, la Cecenia, il Darfur ecc. non valgono per la Palestina, i paesi baschi, i nativi americani ecc.

 

   La tanto evocata democrazia (borghese ovviamente) vale soprattutto per i regimi che si oppongono all’imperialismo.

 

   Anche per il terrorismo c’è il doppiopesismo e Bin Laden è un eroe resistente se applica il terrorismo contro i sovietici, diventando terrorista solo quando fa le stesse cose contro l’Occidente.

 

   Pe non parlare delle elezioni; esse valgono solo se i risultati sono quelli che fanno piacere agli occidentali. Se in Algeria vincono gli islamici, si può tranquillamente realizzare un colpo di Stato e attizzare una guerra civile che ha causato centinaia di migliaia di morti, il popolo palestinese ha “sbagliato” a votare ne deve subire le conseguenze con ogni sorta di vessazione.

 

   Anche l’ecologia viene sbandierata strumentalmente contro i paesi poveri che cercano di migliorare il loro livello di vita permettendo di consumare un po’ di più di materie prime e di energie. Oppure quando, per pagare i debiti con l’Occidente acconsentono allo scarico dei rifiuti tossici prodotti in Occidente nelle loro terre e nelle acque.

 

   In aggiunta, in questi ultimi anni è emersa la questione del confronto-scontro di religioni e di “civiltà”. Non si sa se si dovrebbe più ridere o piangere per l’affermazione di tali idiozie. Eppure, anche queste hanno fatto breccia. Il “nostro” Giuliano Ferrara, scimmiottando i teo-con statunitensi, scatenò una campagna, inventando tra l’altro la categoria dell’ateo-devoto. Per Ferrara è già in atto uno scontro di civiltà (noi diremmo uno scontro di interessi contrapposti) tra un occidente privo di valori, poiché da tempo scristianizzato e il resto del mondo, di cui l’Islam con la sua forma religiosa militante, costituisce la punta di lancia più pericolosa.

 

   In sintesi, il discorso sarebbe questo: questo scontro, se “noi occidentali”, non ci attrezziamo per tempo, da un punto di vista ideologico nel campo religioso e anche demograficamente, saremo destinati a perderlo e con esso anche il nostro benessere. Da ciò deriva la sua ossessione della campagna contro l’aborto che coniuga insieme l’aspetto religioso e quello demografico.

 

   Tutto ciò dimostra che i politici imperialisti sono paradossalmente più leninisti di molti pseudo “marxisti”, “rivoluzionari”. Per loro non esistono principi sacri ed inviolabili da cui farsi legare le mani.

 

 

 

 

 

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

 

   In Italia ci sono molti compagni, che pur, in buona fede, si danno da fare per aiutare la crescita di movimenti, che però quando si parla di guerre di aggressione alla Libia o alla Siria, cioè, fatte dall’imperialismo contro questi Stati, fanno una serie di considerazioni errate, che testimoniano come l’eurocentrismo sia penetrato profondamente anche nelle teste di chi pensa e si dice comunista. Inutile dire che tale atteggiamento in sostanza filoimperialista è causato dalle condizioni oggettive (ovviamente più floride) in cui vive ancora parte consistetene del proletariato nei paesi imperialisti a causa delle briciole di sovraprofitti elargite in passato e in parte accumulate nel tempo e che in misura non è paragonabile ad un disoccupato dei paesi imperialisti non è paragonabile ad un disoccupato dei paesi oppressi; il primo è ridotto generalmente alla miseria più completa; il secondo di solito ha una famiglia che possiede ancora qualche  proprietà; e qualche familiare che ha un reddito può aiutarlo  a sopravvivere, perciò non è quasi mai ridotti alla completa miseria e alla completa disperazione come l’altro tipo di proletario.

 

   Un paese capitalista se vuole comportarsi da Stato imperialista ha bisogno della forza necessaria, non serve i desideri dei suoi governanti, e per questo necessita:

1)  Potenza economico-finanziaria dei suoi maggiori gruppi capitalisti;

2)  Potenza militare del suo esercito;

3)  Capacità di produrre da solo le armi sofisticate di si serve;

4)  Potenza della ricerca tecnologica, della ricerca pubblica e privata;

5)  Potenza diplomatica e mass-mediatica.

 

 

   Riguardo a queste “manifestazioni di potenza”, la quantità, a un dato punto, si trasforma in qualità, e crea la differenza tra uno Stato imperialista ed uno semplicemente capitalista. Tutte queste sono “potenze” tra di loro collegate e, come abbiamo visto le differenze tra uno Stato e l’altro riguardano questi parametri hanno motivazioni storiche bene determinate.

 

   Per questo i nostri italici governanti ci tengono ai F-35 e ai finanziamenti (in gran parte occulti) ai vari corpi militari. Anche in questo campo bisogna dimostrare di stare all’altezza del “nostro” livello gerarchico tra i paesi imperialisti, pena la fuoriuscita da questa ristretta cerchia di paesi.

 

   Inoltre bisogna tenere in considerazione che le masse proletarie dei paesi oppressi in cui non governa la borghesia compradora, le peggiori angherie le subiscono non dai loro governanti – che pure all’occorrenza le disciplinano con la violenza, quando si devono allineare ai dettami degli organismi economici internazionali – ma quasi sempre dall’esterno, dai vari corpi militari specializzati  o dai servizi segreti dei paesi imperialisti: gruppi terroristici ben addestrati ed armati, di ben altro calibro quanto a capacità e mezzi tecnologici, di quelli che i mass-media chiamano normalmente terroristi; quando non subiscono l’aggressione diretta degli eserciti (in senso lato: anche marina e aviazione) imperialisti.

 

   Questo succede spesso e volentieri nei modi più cruenti, un esempio lampante è stato quando con la scusa di colpire Al-Qaeda, i bombardieri USA, invulnerabili da 14 mila metri di altezza alla contraerea locale, lasciavano una scia di distruzione larga 30 Km e lunga quanto la lunghezza del bombardamento, eliminando, cittadine e villaggi piene di donne e bambini, che si trovavano sul loro cammino.

 

   A volte queste masse proletarie sono attaccate in modo indiretto ma non certo meno crudele, come gli embarghi; emblematico il caso irakeno, quando la morte di circa un milione di persone, soprattutto bambini e donne. Dopo questo, si può dire tranquillamente dire che l’imperialismo è la fase criminale del capitalismo.

 

   Perciò non è un caso è che questi proletari e queste masse oppresse, appoggiano e sostengono Fidel, Maduro, perché sulla loro pelle vivono direttamente l’oppressione che comporta l’imperialismo.

 

   Perciò con Lenin, bisogna ribadire continuamente e costantemente fino alla noia, che il metro con cui bisogna valutare se dare o no l’appoggio a qualsiasi azione o comportamento  nei riguardi dell’imperialismo, da parte di qualsiasi gruppo , organizzazione, nazionalità, minoranza etnica, governo nazionale o regionale ecc. è quello di valutare se queste azioni o comportamenti indeboliscono o rafforzano l’imperialismo internazionale nel suo complesso; poiché è questo il primo nemico in cui ci si scontra nel processo di abbattimento del sistema capitalistico mondiale.

 

 

 

costruire un fronte antimerialista rivoluzionario mediterraneo ed europeo

 

   Questo ragionamento nasce dal bilancio dell’esperienza del Movimento Rivoluzionario in Italia degli ‘70/’80. Come giustamente affermano i compagni che si firmano I militanti per la costruzione del Partito Comunista Politico-militare e i Militanti Comunisti Rivoluzionari nel documento la rivoluzione è necessaria la rivoluzione è possibile a pag. 44 quando parlando dei limiti del Movimento Rivoluzionario in Italia “Limiti di soggettivismo, cioè di una strategia dimostratasi insufficiente a condurre un processo rivoluzionario come processo che deve saper coinvolgere le masse. E questo imparando ad agire su piani diversi, strategia e ideologia anzitutto come motori fondamentali, ma anche tattica, esperienza ed organizzazione di massa, lotte economiche e pure culturali, per condurli, (questi piani diversi) ad unità di obiettivi e passaggi politici. Per quante unità tendenziali e non immediata. Limiti dovuti anche alle inevitabili approssimazioni dell’innovativa e storica affermazione   dell’elemento strategico della lotta armata. Affermazione essenziale che ridava corpo alla via rivoluzionaria, qui nei paesi imperialisti, ma che pagò appunto il prezzo della sua giovinezza, dei suoi inizi. Limiti di impostazione internazionale e di fase. Presi dallo slancio e dai successi locali, si perse di vista che il processo rivoluzionario si situa in un contesto internazionale e che solo sapendo cogliere le possibilità ed i vincoli insiti nei rapporti di forza nella propria area (nonché mondiali) si può pensare, se non di vincere, quanto meno di puntare allo sviluppo su tutta l’area, preparando il terreno per successi, magari più lontani, ma più realistici”.

 

   

 

   La costruzione di un fronte che intervenga nell’area mediterranea ed europea, riteniamo che sia centrale poiché essa è teatro di sviluppi bellici e di sconvolgimenti sociali. Tutte le cricche dominanti dell’area sono unite dalla repressione delle masse, si vanno azzannando sempre più furiosamente per depredarsi a vicenda e imporre i propri interessi. Dall’intervento in imperialista contro la Libia nel 2011 che ha fatto diventare questo paese in terreno di scontro tra clan tribali e formazioni islamiche, alla guerra civile in Siria correlata all’intervento dei paesi imperialisti, al colpo di Stato in Egitto nel 2013 dove a cricca militare ha cercato di soffocare il movimento operaio e le masse popolari col terrore armato.

 

   La guerra in Ucraina è la prova generale del futuro che ci attende se non riusciamo a cambiare presto rotta con la rivoluzione socialista nei paesi imperialisti. Il sistema imperialista sta precipitando il mondo in una catastrofe peggiore di quelle del passato.

 

   La Repubblica Federativa Jugoslava è stata dagli anni ’90 un teatro esemplare della lotta che i paesi imperialisti hanno condotto per il predominio nel mondo: una lotta per molti aspetti subdola o per interposta persona, ma non per questo meno reale. L’imperialismo USA è riuscito a stabilire in gran parte dei paesi dell’Europa orientale e in molti paesi asiatici una vasta rete di basi militari e di agenzie di spionaggio che non hanno scrupolo a ricorrere ad assassini mirati, a sequestri di persona e a ricatti di ogni genere per fare andare le cose secondo i propri interessi, ovviamente nei limiti che la borghesia per sua natura lo può fare.

 

      In Ucraina le Organizzazioni non Governative naziste degli imperialisti USA hanno condotto un colpo di Stato nel 2014, mandando al potere il regime di estrema destra nazionalista e pro-occidentale. Il nuovo regime credeva che il popolo ucraino avrebbe accettato senza fiatare il nuovo regime, che avrebbe guardato con indifferenza i novelli nazisti abbattere i monumenti di Lenin vietare la lingua russa e sfoggiare atteggiamenti russofobi.

 

   Subito dopo il rovesciamento del governo di Yanukoych i fascisti ucraini lanciarono un pogrom contro il Partito Comunista (assalti alle sue sedi, attacchi incendiari contro le abitazioni dei suoi leader, ecc). È risuscitato l’antisemitismo. A Leopoli è stata una sinagoga. Di conseguenza un rabbino capo ha invitato gli ebrei a immigrare in Israele. A Odessa i nazisti attaccano il presidio permanente: sono armati di spranghe, molotov, coltelli e pistole. I compagni presenti sono costretti alla fuga. Alcuni di loro cercano rifugio dentro la Casa dei sindacati a Odessa. Sarà una strage. Trentotto persone (forse di più) muoiono trucidate.

 

      E invece gli abitanti dell’Ucraina sudorientale e della Crimea si sono sollevati contro questa violenza, contro i tentativi di separare i popoli fratelli di Ucraina e Russia per contrapporli l’uno all’altro e spingerle in una guerra fratricida.

 

      Il mondo occidentale ha immediatamente parlando di aggressione quando le truppe russe su sollecitazione del governo di Crimea eletto dal parlamento regionale, ha chiesto ai dirigenti russi di intervenire per difendere gli abitanti della Crimea contro le scorribande dei fascisti ucraini e impedire l’imposizione di un regime antirusso. Eppure, proprio sotto la tutela dell’imperialismo USA e degli altri imperialisti occidentali che con l’ausilio delle cosiddette Organizzazioni non Governative, sono stati nutriti, addestrati e foraggiati in Ucraina gli squadristi nazionalisti che sono una copia delle SS hitleriane.

 

      Nelle regioni insorte sono proclamate le Repubbliche Popolari e organizzato un referendum per l’autonomia da Kiev.

 

   La preoccupazione maggiore, per la popolazione e i lavoratori dell’Est ucraino, è quella della persecuzione razziale, ma anche quello delle privatizzazioni e della svendita delle proprie industrie, come previsto dagli accordi di associazione con l’UE.

 

   Il governo golpista ha risposto con i bombardamenti e le stragi condotte all’interno dell’operazione “anti-terrorismo” ancora in atto. Come risposta la popolazione del Donbass ha organizzato la propria resistenza, nelle cui fila si arruolano sia gli autoctoni sia i tanti volontari provenienti da altri paesi.

 

      Seppur composta e variegata (comunisti, nazionalisti, cosacchi ecc.), la resistenza si è subito caratterizzata per un forte sentimento antifascista e da un costante rimando alla memoria della Grande guerra patriottica combattuta in epoca sovietica contro i nazisti. Tra le brigate dei resistenti vi sono anche quelle dei minatori e più in generale dei lavoratori, rappresentanti di un’aspirazione al cambiamento sociale ed economico molto diffusa tra la popolazione del Donbass.

   Come Collettivo Comunista Metropolitano riteniamo che bisogna sostenere la lotta dei popoli oppressi, compresi i curdi. Bisogna respingere, dal nostro punto di vista, coloro che prendendo il pretesto degli accordi presi dai Curdi con gli americani, denigrano la lotta del popolo curdo, negando il suo diritto all’autodeterminazione. Il nostro sostegno attivo deve essere in primo luogo per i comunisti e le organizzazioni rivoluzionarie della Turchia e del Kurdistan, come il TKM/ML o MLKP.[20] Il supporto al movimento di liberazione curdo deve essere prima di tutto essere politico per le forze rivoluzionarie. Il sostegno umanitario è necessario per aumentare la solidarietà al popolo curdo. Questo supporto non deve escludere le critiche franche e oneste con le organizzazioni curde quando non ci troviamo d’accordo con loro.

   Non bisogna nascondere le conseguenze dei cosiddetti “accordi di pace” che le forze progressiste e rivoluzionarie in tutto il mondo hanno fatto. Quali risultati hanno ottenuto il Fmlm in Salvador, l’Urng in Guatemala e l’Ezln in Messico? Essi sono gli occhi di tutti: le forze guerrigliere che le hanno sottoscritte sono state istituzionalizzate, i contadini non hanno avuto la terra, i diritti democratici non sono stati garantiti, il potere rimane sempre nelle mani delle oligarchie locali e questi paesi rimangono delle semicolonie dell’imperialismo. E quali sono stati i risultati dei compromessi dell’OLP con il sionismo e l’imperialismo, che ha barattato la sottomissione dei palestinesi in cambio di una piccola porzione di territorio? Tutta l’esperienza storica dimostra che cercare la pace invece della vittoria conduce alla sconfitta strategica.

   Partendo da questa impostazione come Collettivo Comunista metropolitano riteniamo legittima la campagna per sostenere il Battaglione internazionale per la libertà - IFB – in Rojava. Questo battaglione è stato fondato nel 2015 si componeva di rivoluzionari stranieri, anarchici e comunisti che combattono al fianco dei curdi in Rojava. Il Battaglione Internazionale ha una sua impostazione politica autonoma. Nelle sue dichiarazioni ha chiaramente denunciato l’imperialismo[21] e una delle sue unità mette in discussione il sostegno militare degli USA.[22] Partendo dal fatto oggettivo che lo scontro con l’imperialismo è inevitabile, si può affermare che a volte l’alleanza tra il Movimento Comunista e rivoluzionario e l’imperialismo è stata a volte inevitabile. Per esempio, durante la Seconda guerra mondiale imperialista nel fronte antifascista erano inclusi gli USA e la Gran Bretagna. Ma non bisogna scordare che laddove i partiti comunisti sono stati autonomi all’interno del fronte svolgendo una funzione che consisteva nella realizzazione dell’alleanza strettissima tra la classe operaia come, in funzione dirigente, e le classi semiproletarie e piccole borghesi, includendo in queste i contadini, che hanno attuato la linea di massa, come in Cina, ma anche in Jugoslavia e in Albania, non solo liberarono da soli il proprio paese ma cominciarono a instaurare il socialismo.

 

    In merito all’esperienza rivoluzionaria del Rojava noi affermiamo, che nessuna esperienza è perfetta, esente da critiche, priva di rischio politico. I critici e le riserve che settori di “rivoluzionari” presenti nelle metropoli imperialiste, usano per giustificare un non impegno per Rojava, alla fine della fiera rispetto a questi soggetti si possono applicare i criteri dei “rivoluzionari” che hanno giustificato il non impegno per la Comune di Parigi (in fondo i comunardi si rifacevano all'esperienza della Comune del 1792) e tanto più per la guerra di Spagna (i rivoluzionari puri dell'epoca bordighisti e consigliaristi) poiché si consideravano al di sopra dello scontro in atto definendolo borghese. E se si guarda chi sono questi "rivoluzionari puri" si nota sono gruppetti che vivacchiano nelle metropoli imperialiste senza sviluppare nessuna prassi reale.

   In sostanza la costruzione di un Fronte Rivoluzionario Antimperialista Mediterraneo ed Europeo sarebbe un passo in avanti verso la costruzione di un Fronte Antimperialista mondiale.

   Bisogna agire da Partito, per costruire il Partito, attraverso la pratica corretta, e la pratica deve essere il motore della verifica e aggiustamento della teoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

  

  

 

 

 

 



[1] Lenin, L’imperialismo, Editori Riuniti, 1973, pag. 98.

 

[2]                C.S.             Pag. 98-99

 

[3] Israele non è certamente il cuore del sistema imperialista, ma è un laboratorio, dove si sperimentano soluzioni politiche e militari estreme, e dove si compie lo sporco lavoro che gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali preferiscono delegare. Ha pure il compito di sperimentare nuove armi sulla pelle di palestinesi e libanesi, senza che il discredito e l’indignazione ricada direttamente su chi queste armi le producono, Stati Uniti soprattutto, ma anche la Francia, l’Inghilterra e l’Italia.

   Nel passato Israele ebbe la funzione di impedire l’unificazione dei paesi arabi, che poteva realizzassi intorno all’Egitto di Nasser, di rendere impossibile il consolidamento di regimi laici nazionalisti, favorendo ovunque l’ascesa di correnti confessionali, portando al massimo lo scontro interreligioso. Sostituì nell’area i decadenti colonialisti inglesi e francesi. In sostanza ha svolto funzioni importantissime per la borghesia internazionale.

 

[4] Lenin, L’imperialismo, Editori Riuniti, 1973, pag. 124-125.

 

[5]                         C.s. pag. 141-42

 

[6] Parlare di contraddizioni interimperialistiche significa rifiutare la visione di origine kautskiana del super imperialismo, secondo il quale i diversi imperialismi sono intrecciati tra di loro e hanno superato ogni contraddizione antagoniste.

 

[7] Metto questo termine tra virgolette, perché è una chiave di lettura che accredita teorie filo imperialiste come quella che propagandava che i serbi sarebbero degli slavi barbari e di conseguenza giustificava la politica di aggressione dell’occidente imperialista.  

 

[8]  È il rapporto che esiste tra plusvalore e capitale variabile (pv/v) detto anche saggio di plusvalore.

 

[9]  Lenin negli anni ’10 del XX secolo prestò molta attenzione alle lotte che si sviluppavano in India, in Persia e in Cina, prospettando che la rivoluzione socialista non sarebbe stata fatta solamente dai proletari europei e nordamericani, ma anche dai popoli che erano sotto il giogo coloniale e che lottavano contro i propri oppressori. In sostanza prospettava la fusione di due forze: quella del movimento proletario internazionale e quella del movimento di liberazione nazionale e che il peso delle masse delle nazioni oppresse che costituisce la maggioranza della popolazione mondiale sono un fattore decisivo per la vittoria della rivoluzione proletaria internazionale.

 

[10] L’attuale crisi economica non nasce dalla penuria ma dalla sovrabbondanza di capitale. Sbocco di questa sarà la distruzione di capitale accumulato.

 

[11] Nel 1994 il mercato dei titoli aveva raggiunto i 14.000 miliardi di dollari U.S.A., ossia il doppio del P.I.L. degli U. S.A.).

 

[12] Tutto questo è vero a partire dal Messico (1911-1938) e nel Medio Oriente dalla “rivoluzione costituzionale” di Mossaqued in Iran 1951-1953 alla rivoluzione del 1979.

 

[13] Un esempio lampante di tutto ciò è stato nell’agosto del 2000, quando il greggio ha raggiunto i 37 dollari al barile: ci furono proteste in tutta Europa dalla Spagna alla Scandinavia, con blocchi di porti (come a Barcellona), sciopero dei camionisti, dei pescatori ecc. Bisogna ricordarsi che il processo di nazionalizzazione delle risorse petrolifere avvenute nel mondo arabo a partire dal secondo dopoguerra è stato tutt’uno con la scesa in campo degli sfruttati arabi (dalla detronizzazione per via insurrezionale della monarchia hashemita in Iraq nel 1958, alla guerra di liberazione algerina..) che avevano come bersaglio le corrotte cosche semifeudali e le multinazionali, questo processo rivoluzionario, che dal controllo del petrolio è inseparabile, ha avuto conseguenze destabilizzanti sull’Europa e sull’intero Occidente imperialista ( a cominciare dal 68-69 alla crisi degli anni ’70 e ’80).

 

[14] Ci fu in Francia una costituzione di reti clandestine di aiuto al F.L.N. algerino: la rete Jeanson, Jeanne Resistance, Movement Anticolonialist Francais che organizzarono l‘attività di collegamento e raccolta fondi per l‘FLN, faceva propaganda all‘interno dell‘esercito diffondendo volantini nelle caserme, formando gruppi di militanti nei regimenti e sostegno logistico per la fuga ai disertori.

   La cosa che va posta in evidenza è che i militanti che operavano in queste reti che operavano un aiuto pratico al FLN (grazie a queste reti che l‘FLN poté agire in Francia) agivano dentro una logica internazionalista propria del movimento operaio. Di fronte alla collaborazione dei partiti della sinistra francese alla guerra coloniale (e al proprio imperialismo) essi fecero l‘unica scelta possibile per un militante comunista, antimperialista. Essi si assunsero il compito del ruolo di un partito d‘avanguardia nei confronti delle masse oppresse.

 

[15] Per comprendere meglio di cosa si parla, è utile rileggere il seguente passo di K. Marx, tratto dai Grundrisse, che dà una traccia della storia universale: “I rapporti di dipendenza personale (all’inizio su base del tutto naturale) sono state le prime forme di società nelle quali la produttività degli uomini si sviluppò soltanto in ambiti ristretti e in punti isolati. L’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale (cioè, dalle cose ndr) è la seconda forma importante di società (che si ha nella società mercantile-capitalista, con la sua alienazione delle capacità e attività individuali che diventano semplici strumenti del capitale, ndr). In essa giunge a costituirsi un sistema sociale di ricambio generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità. La libera individualità fondata sullo sviluppo sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, (alla associazione degli individui, ndr), quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio (o forma di società, ndr). Il secondo crea le condizioni del terzo.

 

[16] Mao Tsetung, Sulla Nuova Democrazia (gennaio 1940), in Opere Scelte, Vol. II, P. 360.

 

[17]                                                        C.s. pp.363-64.

 

[18] Mao Tsetung, Alcuni giudizi sull‘attuale situazione internazionale (aprile 1946), Opere Scelte, Vol. IV (1975), p. 84.

 

[19] Metto tra virgolette Terzo Mondo, perché un paese come l’India (come gli altri paesi del BRIC) non può essere considerato “arretrato”.

[20] TKP/ML Partito Comunista di Turchia marxista-leninista. MLKP: Comunista marxista-leninista.

 

[21] http://www.youtube.com/watch?v=NeqOHDy93Y

 

[22] https://twytter.com/bobcrowbrigade/status/776434881123405824